La scienza dei sistemi ci conduce a quelle forme più allargate di concentrazione che entrano in gioco nella nostra considerazione del mondo che ci circonda quando cerchiamo di metterci in sintonia con quei sistemi complessi che definiscono e regolano la nostra realtà. Rivolgendosi al mondo esterno per sintonizzarsi con questi sistemi vitali, la nostra concentrazione deve però affrontare una sfida nascosta: il nostro cervello non è progettato per un simile compito e noi ci ritroviamo quindi a brancolare in una sorta di cecità. Tuttavia, la consapevolezza dei sistemi ci può aiutare a comprendere il funzionamento di un’organizzazione, di un’economia o dei processi globali che sostengono la vita su questo pianeta.
Tutto ciò si può ridurre a una triade: concentrazione interiore, sugli altri e sul mondo esterno. Per avere una vita appagante è necessario muoversi con agilità in ognuno di questi ambiti. Una buona notizia riguardo all’attenzione viene dai laboratori dove operano neuroscienziati e dalle aule scolastiche, dove alcune scoperte ci indicano delle modalità per rafforzare questo muscolo vitale della mente. Il funzionamento dell’attenzione, in effetti, è in gran parte assimilabile a quello di un muscolo: se la usiamo poco si infiacchisce, mentre se la facciamo lavorare bene acquista vigore. Una pratica intelligente può sviluppare e rafforzare il muscolo della nostra attenzione, fino al punto di riabilitare un cervello ormai quasi incapace di concentrarsi.
Per ottenere dei risultati, un leader ha bisogno di tutti e tre questi tipi di concentrazione: quella interiore (che si rivolge alle nostre intuizioni e ai nostri principi guida, aiutandoci a prendere decisioni migliori), quella verso gli altri (che facilita i nostri rapporti con le persone che incontriamo nella vita di tutti i giorni) e quella verso il mondo esterno (che ci permette di muoverci meglio nel mondo esterno (che ci permette di muoverci meglio nel mondo). Se non prestassero attenzione al loro mondo interiore, i leader sarebbero senza timone, se non fossero in grado di cogliere il mondo degli altri, sarebbero incompetenti; se fossero indifferenti ai grandi sistemi in cui operano, sarebbero ciechi.
E non sono solo i leader a trarre vantaggio da un equilibrio in questa triplice concentrazione. Tutti noi viviamo in ambienti che tendono a scoraggiarci, pieni di tensioni, tentazioni e obiettivi contesi, e ognuna di queste tre varietà di attenzione può aiutarci a trovare un’armonia che lasci spazio sia alla felicità sia alla produttività.
L’attenzione – dal latino attendere, «tendere verso» – ci mette in connessione con il mondo, plasmando e definendo la nostra esperienza. «L’attenzione» scrivono i neuroscienziati Michael Posner e Mary Rothbart «ci fornisce quei meccanismi che stanno alla base della nostra consapevolezza del mondo e del controllo volontario dei pensieri e delle emozioni».
Anne Treisman, una decana di questo settore di ricerca, nota che anche le cose che vediamo dipendono dal modo in cui applichiamo la nostra attenzione. O, come direbbe il maestro Jedi Qui-Gon Jinn, «dalla tua concentrazione viene la tua realtà».
Il presente umano in pericolo
La bambina stava abbracciando sua madre con tutte le sue forze, la donna, però, era talmente immersa nel suo iPad che non sembrava neppure accorgersi della figlia, la cui testa le arrivava appena alla vita. Qualche minuto più tardi, mentre ero su un taxi con nove ragazze di un’associazione studentesca femminile in partenza per il weekend, mi si presentò una scena simile: dopo aver preso posto, si misero tutte a controllare i loro iPhone o tablet, scambiando solo qualche sporadica parola mentre, perlopiù in silenzio, scrivevano messaggi o controllavano i propri account di Facebook. L’indifferenza di quella madre e il silenzio delle ragazze del taxi sono sintomi di come la tecnologia catturi la nostra attenzione e interrompa le nostre connessioni. Nel 2006, nel lessico inglese è entrato il termine «pizzled», una combinazione fra «puzzled» («perplesso») e «pissed off» («arrabbiato»), per esprimere la sensazione provata quando la persona con cui ci si trova tira fuori il suo BlackBerry e inizia a parlare con qualcun altro. Qualche anno fa, in una situazione del genere la gente si sentiva offesa e indignata. Oggi è diventata la norma.
L’epicentro di questo fenomeno sono gli adolescenti, l’avanguardia del nostro futuro. Nei primi anni di questo decennio, i loro SMS mensili sono saliti a 3417, il doppio di qualche anno prima; frattanto, il tempo che passano al telefono è calato. L’adolescente americano medio invia e riceve più di cento messaggi al giorno, circa dieci all’ora. Mi è persino capitato di vedere un ragazzino che scriveva un SMS mentre andava in bicicletta. Un amico mi ha raccontato quest’episodio: «Sono stato di recente dai miei cugini nel New Jersey e i loro figli hanno ogni gingillo elettronico che l’uomo conosca. Non sono neanche riuscito a guardarli in faccia: erano sempre a testa china sui loro iPhone a controllare i messaggi che avevano ricevuto e a guardare chi aveva aggiornato la propria pagina su Facebook, oppure erano persi in qualche videogioco. Erano del tutto inconsapevoli di ciò che accadeva intorno a loro e non avevano idea di come interagire con qualcuno per un po’ di tempo».
I ragazzi di oggi crescono in una nuova realtà, sono sintonizzati più sulle macchine e meno sulle persone di quanto non sia mai successo in passato. Si tratta di una situazione problematica per diversi motivi. Tanto per cominciare, i circuiti emotivi e sociali del cervello di un bambino si formano e si arricchiscono grazie al contatto e alla conversazione con qualunque persona incontrata nel corso della giornata, e queste interazioni plasmano il suo sistema cerebrale: un ragazzo, passando meno ore con le persone per rimanere a fissare uno schermo, potrà quindi andare incontro a futuri deficit.
Tutte queste attività digitali sottraggono tempo ai rapporti con le persone reali, attraverso le quali impariamo a «leggere» la comunicazione non verbale: di conseguenza, gli appartenenti alla nuova generazione nati in questo mondo digitale potranno anche essere abilissimi con la tastiera, ma c’è il rischio che siano molto maldestri quando si trovano faccia a faccia con loro, in tempo reale (e, in particolare, incapaci di cogliere il disappunto delle persone con cui stanno parlando quando, nel bel mezzo di una conversazione, si fermano per leggere un SMS).
Uno studente universitario ha sottolineato la solitudine e l’isolamento che contraddistinguono la vita in un mondo virtuale fatto di tweet, aggiornamenti su Facebook e «foto della mia cena pubblicate online». Ha osservato che i suoi compagni di corso stanno piano piano perdendo la capacità di sostenere una semplice conversazione, per non parlare di quelle discussioni sui massimi sistemi che potrebbero arricchire gli anni del college. E, ha aggiunto, «non siamo nemmeno più capaci di goderci un compleanno, un concerto, una festa o una serata al pub senza distanziarci per qualche momento da quello che stiamo facendo» per assicurarci che il nostro mondo digitale sappia subito come ci stiamo divertendo.
E c’è poi la questione dell’attenzione, il muscolo cognitivo che ci permette di seguire un racconto, di portare a termine un compito, di imparare e di creare. Sotto un certo aspetto le interminabili ore spese dai giovani davanti a gadget elettronici potrebbero aiutarli nell’acquisizione di alcune specifiche competenze cognitive, ma si teme che potrebbero portarli anche a sviluppare delle carenze in altre abilità emotive, sociali e cognitive fondamentali.
Un’insegnante di terza media mi ha raccontato che per molti anni aveva fatto leggere alle sue classi lo stesso libro, Mythology di Edith Hamilton. I suoi studenti lo avevano sempre amato, almeno fino a cinque anni fa. «Fu allora che iniziai a vedere che i ragazzi non ne erano più così entusiasti: nemmeno i migliori riuscivano a innamorarsene» mi ha detto. «Sostengono che si tratta di una lettura troppo difficile, che le frasi sono troppo complicate e che ci vuole un sacco di tempo per leggere una pagina.»
La donna si è chiesta se la capacità di leggere dei suoi studenti non sia stata in qualche modo compromessa dall’abitudine di mandare e ricevere SMS coi telefonini. Uno studente, inoltre, le ha confessato che nell’ultimo anno ha passato duemila ore a giocare ai videogiochi. «È difficile insegnare le regole di punteggiatura quando ci tocca competere con World of Warcraft» ha commentato la professoressa.
Considerando le situazioni estreme, a Taiwan, in Corea e in altri Paesi asiatici la dipendenza giovanile da Internet, cioè da giochi online, social media e realtà virtuali, viene vista come una crisi sanitaria nazionale, caratterizzata dall’insorgere di fenomeni di isolamento fra i giovani. Circa l’8 per cento dei videogiocatori americani fra gli otto e i diciotto anni sembra rispondere ai criteri diagnostici di dipendenza stabiliti dalla psichiatria; le analisi del loro cervello, inoltre, mostrano che, durante il gioco, nei loro sistemi neurali di gratificazione si verificano cambiamenti simili a quelli riscontrati in chi fa abuso di alcol e sostanze stupefacenti. Ogni tanto capita di leggere storie agghiaccianti su qualche ragazzo che si riduce a dormire tutto il giorno e giocare per una notte intera, con poche rare pause per mangiare o lavarsi, e che finisce col diventare violento anche con i membri della sua famiglia che cercano di fermarlo.
Un’interazione tra persone richiede un’attenzione congiunta, una concentrazione comune: a fronte dell’oceano di distrazioni in cui navighiamo ogni giorno, oggi dobbiamo sforzarci più che mai per avere dei momenti umani di questo tipo.
L’impoverimento dell’attenzione
Ci sono poi i costi del declino dell’attenzione fra gli adulti. In Messico, un agente pubblicitario di un grande network radiofonico si è lamentato dicendo che fino a pochi anni fa, per la tua presentazione a un’agenzia pubblicitaria potevi preparare un video di cinque minuti. Oggi devi stare entro il minuto e mezzo: se non riesci a catturarli in quei novanta secondi, tutti iniziano a controllare i loro messaggi».
Un professore universitario di cinematografia mi ha raccontato che sta leggendo la biografia di uno dei suoi eroi, il leggendario regista francese François Truffaut.
«Non riesco a leggere più di due pagine di fila» mi ha confidato «dopodiché avverto l’irrefrenabile impulso di connettermi a Internet e vedere se ho ricevuto qualche nuova e-mail. Penso di star perdendo la mia capacità di concentrarmi per un periodo prolungato su alcunché di serio.»
L’incapacità di concentrarsi su chi sta parlando e di resistere alla tentazione di controllare le e-mail o Facebook ci porta a ciò che il sociologo Erving Goffman, un osservatore esperto delle interazioni sociali, ha definito come un «esser via», un gesto che comunica all’altra persona che «non siamo interessati» a quello che sta accadendo qui e ora.
Alla terza conferenza «All Things D(igital)», nel 2005, gli organizzatori disattivarono il WiFi nel salone principale dopo aver notato che le luci degli schermi dei notebook segnalavano che il pubblico non stava minimamente seguendo ciò che avveniva sul palco: i partecipanti «erano via», in uno stato – per citare le parole di uno di loro –di «continua attenzione parziale», un annebbiamento mentale indotto da un sovraccarico di informazioni provenienti dagli oratori, dalle altre persone presenti in sala e da quello che stavano facendo sui loro computer. Per combattere questo problema di concentrazione parziale, alcune aziende della Silicon Valley hanno oggi vietato l’utilizzo di notebook, cellulari e altri strumenti digitali durante le riunioni.
Una direttrice editoriale mi ha confessato che quando rimane per un po’ di tempo senza controllare il suo telefonino inizia ad agitarsi: «Ti manca quello stimolo che provi quando vedi un messaggio. Sai che non è corretto guardare il cellulare quando sei con qualcuno, ma è come una droga». Così, lei e suo marito hanno fatto un patto:
«Quando torniamo a casa dal lavoro, riponiamo i nostri telefonini in un cassetto. Se ce l’ho di fronte divento ansiosa, non posso fare a meno di controllarlo. Ma ora stiamo cercando di essere più presenti l’uno per l’altra, e ci mettiamo a parlare».
La nostra concentrazione si scontra continuamente con una marea di distrazioni interiori ed esteriori. La domanda è: quanto ci costano queste distrazioni? Un dirigente di una società finanziaria mi ha confidato: «Quando mi accorgo che durante una riunione la mia mente vaga altrove, mi chiedo quali opportunità mi sto perdendo».
I pazienti di un medico che conosco gli hanno riferito che si stanno «curando da soli» assumendo farmaci per la sindrome da deficit di attenzione o la narcolessia, così da poter stare al passo col loro lavoro. Un avvocato gli ha assicurato: «Se non li prendessi, non riuscirei nemmeno a leggere i contratti». Una volta i pazienti avevano bisogno di una diagnosi per prescrizioni di questo tipo; oggi questi medicinali sono diventati semplici prodotti da banco per migliorare le proprie prestazioni.
Tony Schwartz, un consulente che insegna ai leader come gestire al meglio le loro energie, mi ha spiegato che il suo compito è «aiutare le persone a diventare più consapevoli di come usano la propria attenzione, ossia poco e male. Oggi l’attenzione è il problema numero uno nelle menti dei nostri clienti».
Tutti questi sviluppi erano stati previsti già nel lontano 1977 dal premio Nobel per l’economia Herbert Simon, che scrivendo del nuovo mondo saturo di informazioni ci aveva avvertito di come queste ultime consumino «l’attenzione di chi le riceve. Di conseguenza, una ricchezza di informazioni produce una povertà di attenzione».
L’assedio di una marea di dati ci spinge a ricorrere a scorciatoie prive di metodo, come scremare le e-mail in base all’oggetto, non ascoltare gran parte delle registrazioni vocali e a filtrare messaggi e note. Non solo abbiamo sviluppato delle abitudini di attenzione che ci rendono meno efficaci, ma il volume stesso delle informazioni con cui quotidianamente abbiamo a che fare ci lascia troppo poco tempo per riflettere sul loro reale significato.